Kobe Bryant, il campione degli anni 2000

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Ogni epoca ha i suoi campioni ed è difficile confrontare sportivi della stessa disciplina che però appartengono a epoche diverse. Era più forte Coppi o Merckx? Chi avrebbe vinto sul ring, Rocky Marciano o Mohamed Alì (Cassius Clay, come si chiamava prima del cambio di religione e di nome). Nella grande commozione non solo americana è morto il leggendario campione di basket Kobe Bryant, e qualcuno ha fatto paragoni: è stato non il più grande di sempre, ma certo il più grande del primo decennio del nostro secolo (e millennio), un periodo che va dal ritiro di Michael Jordan all’affermarsi di Lebron James.

La carriera di Kobe Bryant (ricordiamo che nell’incidente con l’elicottero in cui è perito il campione, è morta anche la figlia Gianna), si è incrociata con gli altri due straordinari campioni, che hanno dominato nel campionato più famoso del mondo negli anni 80/90 e dagli anni 10 del nostro secolo in poi. Eppure la sua storia cestistica è iniziata in Italia, perché nel nostro paese giocava il padre, anche lui professionista d basket, e il piccolo Kobe ha trascorso i suoi primi anni di vita tra Rieti, Pistoia, Reggio Calabria e Reggio Emilia, dove ha imparato i fondamentali del basket. Il suo legame con l’Italia è continuato durante tutta la sua lunga carriera – 20 anni tutti giocati a Los Angeles nel Lakers – tanto che si era parlato addirittura di una sua chiusura con lo sport giocando a Milano nell’Olimpia, la squadra più prestigiosa del campionato italiano. Anche le quattro figlie hanno nomi italiani (o almeno italianizzati) a testimoniare il suo legame con il nostro paese: Natalia Diamante, Gianna Maria-Onore, Bianka Bella, e Capri Kobe.

Che giocatore era Kobe, detto il black mamba per la sua rapidità nel colpire? Una guardia che tirava, e tirava benissimo, ispirata al suo idolo Michael Jordan, di cui aveva la velocità, la precisione al tiro, la capacità di difendere oltre che di attaccare e, specialmente, la determinazione totale al successo. Ebbe la fortuna di giocare in una delle squadre più forti di sempre, ma ne fu il leader, giocando indimenticabili duetti con Shaquille O’Neal, il gigante che gli faceva da spalla ideale sotto canestro. Vinse cinque titoli dell’NBA – cinque anelli, che sono il simbolo della vittoria, come da noi nel calcio gli “scudetti” – vinse anche un’Olimpiade, in uno dei dream team che gli Usa hanno messo in campo. È il quarto marcatore di sempre nel campionato americano, superato pochi giorni prima di morire da Lebron James, il suo successore. Ha vinto più volte sia il titolo di MVP – Most Valuable Player, il premio al miglior giocatore del campionato – sia quello di MVP delle finali, cioè il miglior giocatore a determinare il successo finale della propria squadra. Ma ha avuto successo anche fuori dello sport, sempre legato al basket però: il suo corto di animazione dedicato alla sua storia di giocatore ha vinto l’Oscar come miglior cartoon breve. E, ringraziando la moglie in quell’occasione, usò parole dette in italiano, la lingua dei sentimenti per lui, evidentemente.